Il 2 novembre esce «A Dance of Life and Death», il secondo album degli HAARA, per Rattler Records. La band è una «tribù» musicale nata nel 2024 tra Lugano e Bonvillars, nel Canton Vaud, che sul palco suona in maschera e costume. Sono dieci brani cantati soprattutto in inglese, con un pezzo in italiano e uno in latino, e la band li presenta come i capitoli di un'unica storia che si possono anche ascoltare uno per uno. Il disco verrà presentato dal vivo il 19 dicembre al Teatro Cambusa di Locarno.

Il nucleo è quello che abbiamo conosciuto nella nostra intervista: Lisa Attivissimo alla voce, Raffaele Ancarola alla chitarra, Massimiliano Marra al basso e Nicolas Pontiggia alla batteria. Accanto a loro, nel disco, suonano diversi ospiti: Matteo Bonfatti alla chitarra solista in «Dunes», Luca Ezio Marsiglia al flauto traverso in «La Sirena», Elisabetta Albert al flauto traverso in «The Sea» e Sebastian Felder al didgeridoo in «Baccano». Dal vivo, i brani li suonerà anche Demian Arrigo alle percussioni, entrato nella band quando il disco era già registrato.

Una danza macabra, con la vita dentro

Il titolo viene dalla danza macabra, il tema che nel tardo Medioevo riempiva affreschi e miniature di vivi e scheletri che ballano insieme, per prepararsi alla morte e celebrarne il trionfo. Gli HAARA, come scrivono nel comunicato, ci hanno messo dentro di proposito la parola «vita», e da lì si entra in tutto il disco.

La band lo descrive come un concept album sul viaggio: chi parte in cerca di speranza e, sullo sfondo, il viaggio della vita stessa. Il filo è un «posto migliore» dove vivere in pace, che può essere una meta, una terra promessa o, come nel modo di dire, l'aldilà. Secondo la band, il tema di fondo è l'equilibrio tra la voglia di godersi la vita e la coscienza di quanto sia fragile. Nei testi l'attualità resta tra le righe, ma gli HAARA dicono chiaramente che il pensiero va anche alla situazione internazionale di oggi.

Anche il suono segue l'idea. Ogni brano poggia su un bordone, una nota tenuta o ripetuta che fa da base alle melodie: una tecnica antichissima, nata secondo la band nell'Asia sud-occidentale e arrivata fino all'India, al Medio Oriente e all'Europa. Nel disco il bordone rappresenta la morte, sempre presente sotto tutto il resto. Tra le influenze, gli HAARA citano i canti bulgari, la musica gnawa e il folk europeo, e tra gli strumenti nuovi la ciaramella di Amatrice, il charango boliviano e il didgeridoo australiano, oltre a più flauto dolce e traverso che in passato.

Copertina dell'album, disegnata a matita colorata: attorno a un falò una tribù di figure con maschere di animali balla in cerchio tenendosi per mano; accanto, uno scheletro gigante suona uno strumento ad arco; in cielo un'eclissi nera e una cometa; in alto il titolo A DANCE OF LIFE AND DEATH e in basso HAARA, tra cornici decorate.
La copertina di «A Dance of Life and Death». Illustrazione: Lisa Attivissimo

La copertina, ideata e disegnata dalla cantante Lisa Attivissimo, mette tutto in un'immagine: una tribù che balla attorno al fuoco della vita e, appena fuori dal cerchio di luce, la morte che suona. Il suo strumento ha una corda di bordone, come quelle degli strumenti antichi. In cielo ci sono un'eclissi e una cometa, che nell'arte medievale annunciavano grandi cambiamenti o sciagure, e anche la cornice richiama le maioliche dell'epoca.

Brano per brano

I dieci brani raccontati a partire dal track by track che la band ci ha mandato e dal comunicato stampa del disco.

1. «Baccano»

Uscito come singolo il 25 settembre, è per la band una tarantella elettrica, psichedelica e ipnotica, perfino «sanguinante». La voce narrante è quella del regista statunitense Robert Gardner, presa dal suo documentario «Dead Birds» (1963), girato tra i Dani della Nuova Guinea e dedicato alle loro guerre rituali. Il testo racconta un collettivo che, prima di una battaglia, prega e celebra la propria forza vitale. Come ci avevano raccontato, il brano è nato in studio da alcune tracce di didgeridoo di Sebastian Felder, su cui la band ha poi costruito tutto il resto.

2. «The Sea (Deport pt. 1)»

Qui comincia «Deport», una suite in tre atti che usa sempre lo stesso testo e lo fa vivere in tre momenti diversi. Il primo è in mare: una nave attraversa la tempesta, nella stiva una voce intona un motivo che segue gli scossoni delle onde e il rumore delle catene, poi altre voci si aggiungono. Alla fine, in coro, la domanda è una sola: è davvero un posto migliore quello verso cui li stanno portando? Nel brano c'è anche il flauto traverso di Elisabetta Albert.

3. «The Rapture (Deport pt. 2)»

Il secondo atto torna indietro, al momento del rapimento: un villaggio attaccato, gli abitanti strappati alla loro terra. La band lo descrive come un urlo di paura nel caos, su ritmi che vengono dalla Costa d'Avorio.

4. «Solstice»

Uscita come singolo il 21 ottobre, mette in scena un ballo tra stagioni: l'autunno lascia il posto all'inverno e, nella morsa del gelo, si sogna la primavera per resistere. Il tema, dicono gli HAARA, è la resilienza e quanto serva nei momenti difficili, sia alle persone sia alla specie umana.

5. «Path»

Pubblicata come singolo a gennaio, parla di percorsi, sulla terra e nello spirito, con la migrazione come ispirazione. Per la band il percorso è il passaggio da una tappa alla successiva: un tratto difficile e imprevedibile, che ci forma e decide molto di quello che saremo.

6. «Dunes»

Una cavalcata in un oceano di sabbia, con il deserto e i suoi opposti: il giorno e la notte, le forme che cambiano di continuo e le distese senza fine. Il brano si ispira anche alle «dune che cantano», il suono basso e cupo che il vento e i granelli di sabbia producono davvero su certe dune. Il ritmo sembra regolare ma non lo è: non va capito, dicono, bisogna lasciarsi portare. La chitarra solista è di Matteo Bonfatti.

7. «Sublime»

È il punto in cui il bordone arriva al massimo: una lunga nota di basso accompagna chi ascolta davanti al Sublime, la bellezza e insieme l'orrore dell'universo, della vita e della morte quando li si guarda in tutta la loro grandezza. Per la band il brano invita all'umiltà e alla gratitudine di poter assistere a quello spettacolo, anzi di farne parte. Il testo è in latino, costruito con locuzioni latine.

8. «The Better Place (Deport pt. 3)»

L'ultimo atto di «Deport»: dopo il mare e il rapimento, i protagonisti arrivano alla meta, quel Posto Migliore tanto atteso. Non è affatto quello che speravano, e l'arrivo ha un sapore amaro; eppure, secondo la band, c'è anche guarigione, una vita nuova e, nel cambiamento, la possibilità di crescere. Il verso che torna è «getting sent away to a better place, they say»: mandati via verso un posto migliore, così dicono (traduzione nostra).

9. «La Sirena»

L'unico brano in italiano è una suite che si apre con una lunga introduzione di chitarra classica. Racconta la vita come se fosse il mare, con le sue burrasche, la malinconia e i tradimenti, e la voglia di tenere duro nella tempesta come la sirena scolpita a prua delle navi. Il flauto traverso è di Luca Ezio Marsiglia.

10. «The Dance of Life and Death»

Il brano che dà il titolo al disco ne mette in chiaro l'idea: il bordone che ritorna è la morte, tutto il resto della musica è il ballo della vita. Si balla in cerchio intorno al fuoco, senza fine, e sono invitati tutti, anche la morte, in un movimento continuo tra luce e buio.