Lia Seddio è cresciuta con la musica in casa: suo padre aveva una scuola di musica nel centro di Lugano, e da bambina, per gioco, cantava con lui le due mani di una partitura di Bach, una voce ciascuno. Oggi scrive soprattutto con la chitarra classica, insegna yoga a Contone e lavora alle sue canzoni con il compagno Marco, in un piccolo studio di casa nato dopo i cinque anni passati in un ecovillaggio sul Piano di Magadino.

Il primo brano registrato in quello studio è stato «Nel cuore di una donna», che ora dà il titolo all'album in uscita a maggio 2027: un disco acustico, costruito sulle chitarre, con pianoforte, contrabbasso e percussioni, i cori e in qualche brano il violoncello. Dopo «Pace alla guerra» e «Come una rondine», usciti nel 2026, arriveranno altri due singoli: il primo a gennaio, un pezzo più diretto su quello che non torna nella società di oggi, dove a decidere economia e politica è spesso il profitto, il secondo a marzo.

Per presentare l'album Lia pensa allo Spazio Consolida di Contone, dove ha il suo centro di yoga, e vuole portarlo in giro dal vivo, in duo con Marco (due chitarre e voce) o con una formazione più ampia. Date di concerti non ce ne sono ancora: Lia cerca organizzatori, teatri e rassegne che sentano il progetto vicino.

Gli inizi

Eccoci Lia! Partiamo dal principio: il tuo primo video su mx3, «Cammina», è del 2013, e da lì sono arrivati i live, «Nel cuore di una donna» e «Accendo la fantasia». Raccontaci come è cominciato tutto: hai studiato musica o sei partita da autodidatta? Con quale strumento scrivi, e quando hai capito che le canzoni sarebbero diventate il tuo modo di raccontarti?

Sono cresciuta con la musica in casa: mio padre aveva una scuola di musica nel centro di Lugano, quindi per me la musica è stata una presenza naturale fin da bambina.

Ho avuto però un percorso musicale un po' particolare. Avevo un orecchio molto sviluppato e imparavo facilmente ascoltando e osservando gli altri. Mio padre ha provato a insegnarmi a leggere la musica, ma spesso riuscivo a imparare un brano più velocemente attraverso l'ascolto. Così ho sviluppato soprattutto questa capacità. Ricordo che da bambina facevamo anche dei giochi musicali molto particolari: con brani di Bach, per esempio, mio padre cantava una mano della partitura del pianoforte e io cantavo l'altra, creando insieme delle linee polifoniche a cappella. Erano quasi dei piccoli esercizi di ascolto e di gioco, ma credo che abbiano sviluppato tantissimo il mio orecchio e la mia sensibilità musicale, oltre alla mia passione per le voci che si intrecciano. In seguito ho approfondito anche la lettura musicale, ho suonato con diversi gruppi e cantato in alcuni cori.

La voglia di comporre qualcosa di mio è arrivata prestissimo. Già da bambina scrivevo canzoni semplici e ricordo che, durante una presentazione alle scuole elementari, avevo raccontato il mio sogno di diventare cantante. In qualche modo, sapevo già che avrei voluto fare musica anche da grande.

Il mio strumento principale è la chitarra classica e, ancora oggi, molte delle mie canzoni nascono da lì, dall'incontro tra l'armonia e la voce. Nel corso degli anni ho suonato con diversi musicisti e ho continuato a sviluppare il mio percorso anche attraverso la collaborazione con Marco, il mio compagno, con cui condivido il progetto musicale. Lui ha studiato molto la chitarra jazz e mi ha trasmesso tantissimo anche dal punto di vista chitarristico, arricchendo il mio modo di suonare e di vivere la musica d'insieme.

Per me comporre è sempre stato un modo di esprimermi, di dare voce a ciò che sento e alle esperienze che mi attraversano. La musica non è soltanto qualcosa che ho imparato: è un linguaggio che mi accompagna da sempre e attraverso cui ho trovato il mio modo di raccontarmi.

Lia Seddio seduta nell'erba al sole, con una chitarra classica arancione appoggiata in grembo: tiene una mano sulla fronte e sorride a occhi socchiusi, sullo sfondo un prato e alberi.
Lia Seddio con la sua chitarra classica. Foto: Lisa Regazzi

Hai una voce davvero melodiosa, che ascoltandoti ci ha ricordato moltissimo quella di Chiara Galiazzo. C'è un artista, un album o un libro che ti ha fatto dire «ok, anche io voglio fare questo»? E chi senti vicino, oggi, a quello che fai?

Musicalmente mi sento molto vicina ai Kings of Convenience, soprattutto per la dimensione del duo acustico, le chitarre e il modo in cui una struttura essenziale può poi arricchirsi attraverso gli arrangiamenti. È una sensibilità che sento molto vicina al mio progetto attuale, «Nel cuore di una donna».

Un altro artista che mi ha influenzata molto, soprattutto per gli arrangiamenti, è René Aubry. La sua musica ha qualcosa di cinematografico e poetico, prevalentemente strumentale. Mi affascina il modo in cui intreccia chitarre, mandolini e altri strumenti creando atmosfere capaci di arrivare al cuore senza bisogno di tante parole, soprattutto nel suo album «Plaisirs d'amour».

Apprezzo molto anche Danit, per la sua dimensione musicale contemplativa, il rapporto con le percussioni e gli strumenti acustici e la libertà di lasciare che un brano si sviluppi senza dover necessariamente seguire le strutture del pop tradizionale.

Credo che il filo che unisce questi artisti sia proprio questo: amo la musica che mi emoziona, che mi fa vibrare qualcosa dentro e che mi permette di entrare in uno spazio diverso, quasi sospeso. Non cerco necessariamente canzoni che seguano una formula, ma musica che abbia un'identità e che sappia creare una connessione.

Anche la mia attività di insegnante di yoga e il mio percorso di ricerca interiore influenzano il mio modo di scrivere. Leggo molto nell'ambito della consapevolezza e della crescita personale, e credo che queste esperienze entrino naturalmente anche nelle mie canzoni. Non sempre in modo esplicito, ma nel modo in cui guardo alla vita, alla natura, alle relazioni e alle trasformazioni che attraversiamo.

Più che a un singolo artista a cui ispirarmi, quindi, direi che sono alla ricerca di una mia dimensione musicale, che raccolga tutte queste influenze e le trasformi in qualcosa di personale.

La natura e le canzoni

Hai raccontato di aver vissuto per alcuni anni in un ecovillaggio sul Piano di Magadino, condividendo la quotidianità con altre famiglie. Come è entrata quell'esperienza nella tua musica? È cambiato anche il tuo modo di suonare, magari suonando con altre persone, o soltanto quello di scrivere?

Per me l'esperienza nell'ecovillaggio sul Piano di Magadino è stata come fare un lungo viaggio, pur rimanendo nello stesso luogo. È durata circa cinque anni e, quando ne sono uscita, ho avuto quasi la sensazione di essere tornata da un viaggio molto intenso. Un'esperienza che mi ha arricchita e trasformata, ma che mi ha lasciato anche un po' di malinconia e, per un periodo, una certa sensazione di perdita di senso.

Condividere la quotidianità con altre famiglie mi ha messa profondamente in contatto con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Nelle relazioni emergono tante parti di noi: i nostri schemi di comportamento, le nostre difese, le difficoltà nell'ascoltare e nel comunicare. È stata un'esperienza che mi ha permesso di riconoscere molte di queste dinamiche e di trovare strumenti per vivere le relazioni con maggiore consapevolezza.

Dal punto di vista musicale, in quegli anni ho suonato meno. Ero molto assorbita da quell'esperienza e proprio in quel periodo ho avuto la mia seconda figlia. La musica è rimasta una parte di me, ma non era al centro della mia quotidianità come in altri momenti della vita.

Non direi quindi che sia cambiato radicalmente il mio modo di scrivere o di suonare, quanto piuttosto che si sia arricchito il mondo di esperienze da cui attingere. Le canzoni sono anche questo: un modo per dare forma a ciò che viviamo a volte mentre lo attraversiamo, altre volte quando riusciamo a guardarlo con un po' più di distanza.

Se ripenso a quegli anni, direi che è stato un periodo in cui sono cresciuta molto in profondità, più in verticale che in orizzontale. Ho fatto meno cose sul piano musicale, ma ho vissuto un percorso umano intenso, che inevitabilmente fa parte anche di ciò che sono e di quello che oggi porto nelle mie canzoni.

Su mx3 scrivi che la tua musica nasce «dall'ascolto interiore e da un dialogo con la natura». In concreto, come prende vita una tua canzone? Arrivano prima le parole o la melodia? E poi, come la porti dalla stanza in cui l'hai scritta allo studio: chi ti accompagna negli arrangiamenti e nella produzione dell'album?

Di solito una mia canzone nasce dalla musica. Prendo in mano la chitarra e cominciano ad arrivare arpeggi, melodie, armonie che mi fanno vibrare il cuore, che mi emozionano e mi accompagnano in una dimensione interiore. Spesso è proprio da lì che prende forma la melodia, mentre le parole arrivano in un secondo momento, oppure nascono insieme alla musica.

Per me, in un certo senso, prima arriva l'emozione e poi la parola: è come se la musica mi conducesse in un luogo interiore da cui, a poco a poco, emergono anche le parole per raccontarlo.

Portare una canzone dalla stanza in cui è nata fino alla registrazione è stato un percorso importante. All'inizio mi sentivo molto più a mio agio dal vivo, dove riuscivo a trasmettere le emozioni in modo spontaneo, mentre davanti a un microfono facevo più fatica a ritrovare la stessa naturalezza. Ho dovuto imparare a tradurre quell'emozione in una registrazione.

Con il tempo, questo è diventato anche un percorso di scoperta personale. All'inizio pensavo di dovermi affidare a qualcuno che sapesse fare queste cose meglio di me. Poi, anche attraverso le circostanze della vita, ho cominciato a sperimentare, a registrare e a curare sempre più aspetti della produzione, scoprendo di avere le risorse per farlo. È stato un insegnamento importante: imparare a riconoscere e a fidarmi delle mie capacità.

Nel progetto «Nel cuore di una donna», la parte creativa e la scrittura sono nate soprattutto da me, ma Marco, il mio compagno e partner musicale, è una presenza fondamentale. Ci sono melodie, parti di testo e idee per gli arrangiamenti che sono nate anche suonando insieme. Ho bisogno, a volte, di ritagliare uno spazio tutto mio per far emergere quello che sento, per trovare una prima forma alla canzone, come un cristallo ancora grezzo. Poi lavoriamo insieme per svilupparla e rifinirla.

Marco si occupa in particolare degli aspetti tecnici della registrazione, del mix e del mastering, mentre io seguo soprattutto la parte creativa. È un equilibrio che si è costruito nel tempo e che ci permette di mettere in comune le nostre competenze, rispettando anche i diversi modi in cui ciascuno di noi contribuisce al progetto.

Lia Seddio e un chitarrista seduti a piedi nudi nell'erba, uno di fronte all'altra, suonano due chitarre classiche e si sorridono; dietro di loro, alberi e cespugli.
Lia Seddio nel verde, chitarra in mano. Foto: Lisa Regazzi

Verso «Nel cuore di una donna»

A giugno è uscita «Pace alla guerra», che parla di fermare la logica della guerra e di tornare a prenderci cura della Terra. È un tema che può spaventare chi scrive canzoni: si rischia sempre di sembrare retorici o di dividere chi ascolta. Perché hai sentito il bisogno di scriverla proprio adesso, e come hai cercato le parole giuste?

«Pace alla guerra» è nata in un momento molto semplice e intimo. Ricordo che ero sul divano a giocare con mia figlia e avevo la chitarra in mano. Stavo suonando un arpeggio molto essenziale, con due accordi aperti, quasi meditativo, con qualcosa di simile a un mantra. A un certo punto sono arrivate le parole insieme alla melodia. La prima frase era: «Ricominciamo a pulsare con il ritmo della terra, ricominciamo a sentire il richiamo della foresta».

Non saprei spiegare esattamente da dove siano arrivate. Credo che a volte, quando siamo in uno stato di apertura, con la mente più quieta e libera, possano emergere delle intuizioni. In quel momento stavo vivendo un momento dolce di condivisione con mia figlia, e forse proprio quella semplicità mi ha permesso di ascoltare qualcosa dentro di me. Ho sentito quelle parole e le ho scritte subito, senza pensarci troppo.

Non mi sono chiesta se il messaggio potesse sembrare retorico o se sarebbe piaciuto a tutti. È qualcosa che sento profondamente: il bisogno di fermare la logica della guerra e ritrovare un modo di vivere più in sintonia con la Terra, prendendoci cura di ciò che ci permette di vivere.

Per me è importante essere onesta con me stessa e con chi mi ascolta. Non pretendo che tutti condividano il mio punto di vista, né penso di dover piacere a tutti. Una canzone porta con sé un messaggio, ma poi ogni persona lo incontra a modo proprio, in base alla propria sensibilità e alla propria esperienza. Io sento il bisogno di esprimere ciò che mi attraversa, senza censurarlo per paura di come potrebbe essere accolto. Se quel messaggio arriva a qualcuno e lo fa riflettere, emozionare o sentire meno solo, allora la canzone ha già trovato il suo spazio.

La canzone «Nel cuore di una donna» esiste già, c'è anche un video del 2022, e ora dà il titolo a tutto l'album. Come è cambiata nel tempo, e che cosa tiene insieme le canzoni che ci troveremo dentro?

Ho scelto «Nel cuore di una donna» come titolo dell'album perché è una canzone che rappresenta molto profondamente il mio percorso e, in qualche modo, racchiude anche il senso di tutto il disco.

La sua storia è particolare. L'armonia è nata nell'estate del 2020, durante una visita a un'amica che viveva in alpeggio, in montagna. Era un giro di chitarra classica piuttosto complesso per cantarci sopra, ed è rimasto quasi un anno a sedimentare prima che arrivassero la melodia e le prime parole.

La prima frase, «Ho bisogno di scrivere per dar voce alla voce che è dentro di me, mi dice di stare tranquilla che anche questo è un passaggio», è nata mentre lavoravo nell'ambito delle cure, al capezzale di una donna che stava morendo. In quel momento ho sentito il bisogno di dare voce a qualcosa che percepivo come profondamente umano, a quel dialogo interiore che può accompagnarci anche nei passaggi più difficili della vita. Ho scritto subito quelle parole su un foglietto che utilizzavo per annotare i parametri dei pazienti.

In seguito, il testo ha continuato a prendere forma durante un periodo molto intenso, in cui sono stata vicina a mia sorella nel suo percorso di malattia e guarigione. Era un momento di grandi cambiamenti: stavo uscendo dall'esperienza dell'ecovillaggio e ricominciando una nuova quotidianità con la mia famiglia. È iniziato anche un nuovo capitolo musicale, con la creazione di un piccolo studio di registrazione a casa e la possibilità finalmente di lavorare più profondamente sulle mie canzoni insieme a Marco. «Nel cuore di una donna» è stato il primo brano che abbiamo arrangiato e registrato completamente da soli nel nostro studio. Per questo potrei definirla l'inizio del progetto, l'inizio di un nuovo capitolo.

Inizialmente avevo pensato di chiamare l'album «Canti dall'anima», perché tutte le canzoni nascono da un ascolto interiore, da ciò che vivo, dalle relazioni, ma mi sembrava un titolo che suggerisse una dimensione esclusivamente contemplativa. «Nel cuore di una donna» mi è sembrato più adatto: conserva quella profondità, ma la lega anche all'esperienza concreta e umana.

La canzone in sé non è cambiata nel tempo. Per l'album lavoreremo probabilmente sul mix, per inserirla meglio nell'identità sonora del disco. Ciò che accomuna i brani, anche musicalmente, è infatti un mondo acustico e organico, costruito prevalentemente intorno alle chitarre, con pianoforte, contrabbasso, percussioni, a volte il violoncello, e cori. È un suono che lascia spazio alle canzoni, alle parole e alle emozioni, senza coprirle.

La scena ticinese

Siamo un magazine che tratta in particolar modo di artisti e cultura locale, per noi è fondamentale portare una visione concreta della scena ticinese, quindi chiediamo sempre a tutti: come vedi la scena musicale ticinese in questo momento? C'è spazio e curiosità per un cantautorato intimo come il tuo? E c'è qualche artista della zona, di qualsiasi genere, che stimi particolarmente o con cui ti piacerebbe collaborare?

Devo ammettere che non conosco abbastanza a fondo tutta la scena musicale ticinese per dare un giudizio complessivo. Ci sono però musicisti che stimo e realtà che mi incuriosiscono. Conosco bene Sandro Schneebeli, chitarrista che apprezzo, e recentemente sono andata ad ascoltare Anton Jablokov nel suo progetto dedicato alle «Quattro stagioni» di Vivaldi. Mi è piaciuto molto il suo modo di suonare, mi sono venuti i brividi dall'emozione ad ogni brano.

Per quanto riguarda il mio progetto, mi piacerebbe trovare sempre più occasioni per collaborare con altri musicisti e costruire una sonorità raffinata, acustica e ricca di sfumature. Penso, per esempio, a un contrabbassista o ad altri strumentisti che possano entrare nel mondo delle mie canzoni e arricchirlo, mantenendone l'intimità.

Credo che per un cantautorato come il mio ci sia spazio, soprattutto nelle rassegne culturali, nei teatri e nei contesti in cui il pubblico ha la possibilità di fermarsi ad ascoltare. È una musica che forse si muove in una dimensione più di nicchia rispetto ai circuiti commerciali, ma questo non significa che non possa arrivare a tante persone.

Naturalmente non so ancora come verrà accolto il mio progetto, e in questo senso sono curiosa di scoprirlo. Mi piacerebbe portare «Nel cuore di una donna» sempre più dal vivo, perché è proprio sul palco che sento di poter esprimere al meglio ciò che faccio. Spero di trovare occasioni e persone con cui condividere questo percorso, sia in Ticino sia fuori dai confini.

Tecnologia e IA

Con «Come una rondine» inviti ad ascoltare la propria voce, quella vera. Oggi però molto di quello che ascoltiamo ce lo suggeriscono gli algoritmi, e l'intelligenza artificiale comincia a scrivere e cantare canzoni. Per una musicista che parte dall'ascolto interiore e dalla natura, ti senti più incuriosita o più spaventata da questa evoluzione tecnologica?

Penso che l'intelligenza artificiale possa essere uno strumento utile in molti ambiti e non mi spaventa che venga utilizzata anche nella musica. Credo però che ci sia una differenza profonda tra creare qualcosa attraverso un sistema di calcoli e trasformare in musica un'esperienza vissuta, un'emozione, qualcosa che nasce da un ascolto interiore.

Per me, fare musica significa dare una forma concreta a qualcosa che inizialmente è invisibile, è diventare antenna, captare e portare nella materia qualcosa che era nell'etere, trasformandolo in suoni e parole. È quindi un processo molto personale, nel quale non conta soltanto il risultato finale, ma anche tutto ciò che accade mentre la canzone prende vita.

Non ho intenzione di utilizzare l'intelligenza artificiale per scrivere le mie canzoni o per creare i miei arrangiamenti. Non per paura della tecnologia, ma perché per me comporre e arrangiare sono già, di per sé, un'esperienza preziosa. È quasi una medicina: quando esco dallo studio dopo aver lavorato a una canzone, sento nel corpo e nella mente un'energia meravigliosa. Delegare questo processo significherebbe perdere una parte importante di ciò che la musica rappresenta per me. Naturalmente, poi, ognuno è libero di utilizzare gli strumenti che sente più vicini al proprio modo di creare. Io preferisco seguire la mia strada, continuando ad ascoltare ciò che nasce dentro di me e cercando di condividerlo con gli altri attraverso la mia voce e il mio suono, anche se a volte imperfetto e umano.

In fondo, «Come una rondine» parla proprio della necessità di ritrovare la propria voce autentica, in mezzo a tutte le voci che ci circondano. E questo vale anche per il mio rapporto con la tecnologia: posso accogliere gli strumenti che mi sono utili, ma voglio che il cuore della mia musica continui a nascere da un'esperienza umana, vissuta e sentita.

Per chiudere

L'album arriverà nella primavera del 2027. Come lo porterai alle persone: ci saranno concerti, una presentazione, altri singoli prima dell'uscita?

L'album è previsto per maggio 2027 e sarà anticipato da altri due singoli. Il primo uscirà a gennaio: è un brano diretto e meno poetico rispetto ad altri miei pezzi, in cui rifletto sulle contraddizioni della nostra società, sui valori che guidano l'economia e la politica. Mi chiedo quanto il benessere collettivo riesca ancora a guidare le nostre scelte, in un mondo in cui a guidare spesso è il principio del profitto.

A marzo uscirà poi un secondo singolo, che accompagnerà il pubblico verso l'uscita del disco.

Mi piacerebbe organizzare anche una presentazione dal vivo, probabilmente allo Spazio Consolida di Contone, dove si trova il mio centro di yoga. Ma soprattutto, vorrei che l'album non restasse soltanto un disco da ascoltare, bensì diventasse un progetto da portare in giro e condividere dal vivo.

Il progetto può essere presentato nella sua dimensione più essenziale, con Marco e me, due chitarre e voce, oppure con una formazione più ampia.

Mi farebbe molto piacere che questa intervista diventasse anche un'occasione per entrare in contatto con organizzatori, teatri e rassegne culturali che sentano una sintonia con il mio progetto. Siamo aperti a valutare proposte diverse, cercando la formula più adatta al contesto.

A chi legge e magari scopre la tua voce oggi per la prima volta: da quale tuo brano consigli di partire per entrare nel tuo mondo?

Direi «Nel cuore di una donna». È una canzone a cui sono molto legata e rappresenta bene il mio modo di vivere la musica. Se qualcuno vuole avvicinarsi al mio mondo, penso che da lì possa cominciare un bel viaggio. Ma mi raccomando, mettete le cuffie, non ascoltatela dal telefono! :)