Sul palco indossano maschere e costumi fatti a mano, e la loro musica parte dalla world music per arrivare a una fusion dalle tinte psichedeliche. Gli HAARA nascono nel 2023 attorno a un nucleo di quattro musicisti: Lisa Attivissimo alla voce, Raffaele Ancarola alla chitarra, Massimiliano Marra al basso e Nicolas Pontiggia alla batteria. Attorno a loro gravitano spesso altri musicisti, dal vivo come in studio.

Dopo alcuni singoli, nel 2025 hanno pubblicato l'album «LAMBS». Il 25 settembre è uscito su Rattler Records il nuovo singolo «Baccano», che anticipa il secondo album, «A Dance of Life and Death», atteso per novembre. Abbiamo chiesto loro da dove nasce questa «tribù», come prende forma un brano scritto a più mani e che aria si respira oggi nella scena musicale ticinese.

Come nasce il progetto HAARA? Chi siete, da quali percorsi musicali venite e come vi siete trovati per dare vita a questo sound che è un mix di world music, fusion e sfumature psichedeliche? E poi, perché HAARA?

Il progetto nasce dall'esigenza dei suoi componenti di comportarsi e ragionare come una tribù, concetto che si contrappone con quello del branco. Una tribù dà la possibilità a tutti di farne parte e di avere la stessa libertà di parola e pensiero di tutti gli altri, permettendo così al gruppo di interrogarsi sulla propria cultura interna: cosa è giusto e cosa non lo è nell'interesse della collettività?

La scelta del modo di fare musica e l'estetica del progetto nascono dal bisogno umano di riconnettersi con ciò che ci circonda: la natura e il nostro posto all'interno della sua complessità.

Il nome HAARA è un grido di unità, ricerca di giustizia e di umanità. La parola HAARA ha molte origini, ma vogliamo concentrarci su due di esse: in primo luogo l'hara è il centro vitale nella cultura giapponese, allo stesso tempo la parola Haara si pronuncia allo stesso modo di Jara. Victor Jara è stato un importante musicista rivoluzionario cileno, assassinato dal regime di Pinochet. Il brano di Victor Jara «El derecho de vivir en paz» è stato importante fonte d'ispirazione nelle fasi iniziali del progetto.

C'è un artista, un album o un genere particolare che vi ha ispirato, che ritenete vicino a quello che fate, oppure il vostro sound è semplicemente l'unione dei vostri quattro mondi in qualcosa di totalmente originale?

La musica di HAARA prende ispirazione dalle nostre ricerche e passioni nella musica dei folklori tradizionali. Non c'è un artista specifico a cui possiamo accostare il progetto HAARA, quanto piuttosto singoli brani o meglio ancora elementi di essi.

Ad esempio, alcuni membri di HAARA sono molto appassionati dell'opera degli Inti Illimani, e alla fine del brano «La Montaña» abbiamo fatto una citazione ad alcuni loro canti.

Un musicista degli HAARA suona la chitarra sul palco, con una maschera dorata ornata di piume nere e rosse, una camicia chiara e un gilet blu, davanti a luci blu
HAARA dal vivo HAARA band

Nella vostra bio su mx3 leggiamo che avete «un nucleo fisso di quattro elementi», ma che spesso accogliete altri musicisti sia nei live che in studio. Come vivete questa dimensione e come cambia la dinamica del gruppo quando entra un nuovo elemento? Ci sono state collaborazioni di cui volete raccontarci?

L'arrivo di un ospite è sempre fonte di grande ispirazione per tutto il collettivo. Spesso il musicista viene scelto in base a delle capacità e conoscenze specifiche, come per esempio l'utilizzo di uno strumento musicale particolare, attorno al quale verrà poi creato un nuovo brano. Viene lasciata molta libertà all'ospite, in modo che possa esprimere idee e concetti unici e personali.

Possiamo raccontarvi l'esperienza che ha permesso al brano «Baccano» di nascere: abbiamo invitato in studio il nostro amico Sebastian Felder, che ha registrato delle tracce di didgeridoo, talmente belle che il nostro batterista ci ha voluto aggiungere una batteria, il bassista un basso e così via, fino a che il brano è diventato una canzone, con testo e titolo. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza quella magia iniziale, giunta dall'esterno.

Tra percussioni, chitarre, cori e flauto, la vostra è una musica molto ricca. Quando vi mettete a comporre, come nasce di solito un pezzo degli HAARA? E restando sulla scrittura: in molti dei vostri brani ci sono più canti e vocalizzi che vere e proprie parole. Si sposano in modo molto coerente con il vostro genere, ma non sentite mai l'esigenza di scrivere testi più convenzionali?

Un nuovo brano nasce da una scintilla, a qualcuno viene un'idea, un'ispirazione. Quell'idea viene messa al centro della discussione creativa, in cui convergeranno poi le idee degli altri. Di solito tutto parte da un suono o più raramente da un concetto, un messaggio che la tribù sente il bisogno di comunicare al mondo.

I testi di HAARA sono molto più convenzionali di quello che si può immaginare: quello che li fa percepire come vocalizzi è il fatto che le parole (spesso in lingua inglese) vengono pronunciate da una cantante lingua madre e una scelta di mix che non mette sempre la voce al centro dell'ascolto.

Oltre che in inglese, in alcune occasioni i testi di HAARA sono scritti e cantati in altre lingue: la voce viene utilizzata come uno strumento musicale. Per questo motivo anche la scelta delle parole utilizzate viene fatta in base alla musicalità.

La voce degli HAARA canta al microfono con una maschera gialla dipinta, piume rosse e arancioni sulla testa e un costume intrecciato, in penombra su sfondo scuro
La voce degli HAARA sul palco HAARA band

Siamo un magazine che tratta in particolar modo di artisti e cultura locale, e per noi è fondamentale portare una visione concreta della scena ticinese. Quindi lo chiediamo a tutti: come vedete la scena musicale ticinese in questo momento? C'è spazio e curiosità per quello che fate? E c'è qualche artista della zona, di qualsiasi genere, che stimate particolarmente o con cui vi piacerebbe collaborare?

Sicuramente la scena musicale e artistica ticinese esiste, ma a parere nostro c'è molto timore di differenziarsi o essere unici: si canta spesso in inglese senza conoscere davvero la lingua, e si cerca di imitare i cliché che hanno funzionato in passato nelle regioni attorno alla nostra. È comprensibile, perché mai come oggi il giudizio altrui è stato così immediato e severo, ricordandoci che la regione è anche molto piccola e facilmente si viene riconosciuti da conoscenti, amici e non. Allo stesso tempo in Ticino è difficile portare i propri progetti artistici in modo costante, perché le scene e i palchi sono sempre di meno: le culture artistiche, specie quelle indipendenti, qui fanno fatica a fiorire.

Un progetto nascente nel territorio sicuramente interessante è Mürmür, che fonde i dialetti della regione con sonorità più moderne: con loro potrebbe essere bello collaborare per una produzione.

Nel vostro mondo percepiamo, ma correggeteci se sbagliamo, un forte legame con la natura e la spiritualità. Qual è il vostro rapporto con il progresso, la tecnologia e l'IA? Siete più incuriositi o più spaventati dall'evoluzione tecnologica futura?

Fino a poco prima dell'avvento delle AI ci trovavamo in un momento molto difficile per gli artisti: i mezzi di produzione alla portata di tutti hanno permesso a «tutti» di esprimersi, fare arte anche di altissimo livello. La concorrenza era spietata. Ora, con la democratizzazione delle AI si potrebbe pensare che questa difficoltà sia aumentata, ma noi percepiamo l'esatto opposto: nella storia moderna non è mai stata data tanta importanza all'artigianato e genuinità come oggi.

Le persone, il pubblico è saturo di prodotti AI e sente il forte bisogno di «sentire l'essere umano» nei prodotti di cui fruisce. Per questo motivo non siamo né spaventati né tantomeno incuriositi.

Nella storia moderna non è mai stata data tanta importanza all'artigianato e genuinità come oggi.

HAARA

Per chi legge e non vi conosce ancora: da quale brano consigliate di iniziare per entrare nel vostro mondo?

Dipende da cosa ricerca l'ascoltatore. Se necessita di qualcosa di più «convenzionale» può iniziare con «Sommar» o «Planetæ Vivi», mentre per chi ricercasse qualcosa di più particolare, consigliamo «Baccano».

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Per chiudere: cosa avreste voluto che vi chiedessimo, che non vi abbiamo chiesto?

Di certo, in una prossima intervista, ci piacerebbe approfondire il nostro rapporto con la natura e come esso si rifletta sulla nostra musica.